Revenant

  • Regia: Alejandro Gonzàlez Inàrritu.
  • Con: Leonardo Dicaprio, Tom Hardy, Domhall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck.
  • Genere: Drammatico.
  • Usa 2015
Proprio un gran talento quell'Alejandro Inàrritu, nel giro di qualche anno dopo esser arrivato alle luci della ribalta col sensuale "Amores Perros", ed essersi garantito l'ammirazione(e l'oscar) Hoollywoodiana con i dialoghi brillanti di "Birdman", eccolo li a sfornare un'altro titolone ambientato tra le mistiche e solenni foreste innevate del nord america, a narrare l'estrema lotta tra un uomo e l'inclemenza della natura (oltre che quella dei suoi simili).
Avendo apprezzato tantissimo Birdman ed essendo un grandissimo estimatore del genere ("Aguirre il furore di dio" di Werner Herzog è uno dei miei film preferiti di sempre) non potevo perdermelo ed oltretutto non avendo nulla di meglio da fare di certo non recensirlo :).

La sofferenza dicevamo.
La recensione contiene qualche piccolo spoiler difficilmente evitabile, sappiatelo.

Uomo bianco va' col tuo dio.

Siamo agli inizi dell'ottocento americano, epoca in cui il pionierismo è al suo apice e frotte di avidi europei si prodigano per trovare fortuna con ogni mezzo, specie con lo sterminio dei nativi americani e l'invasione delle loro terre.
Un gruppo di cacciatori di pelli viene attaccato dagli indiani Pawnee mentre si trova nei boschi, dopo una dura lotta questi riescono a fuggire dal nemico e a distanziarlo grazie anche alla loro guida: il leggendario Hugh Glass(Dicaprio) che subito dopo però viene attaccato da un grizzly che lo riduce in fin di vita.
Si decide di lasciare Glass indietro insieme al figlio mezzo-sangue e a 2 volontari, fra cui lo spregevole Fitzgerald (Tom Hardy) che non aveva mai fatto mistero del suo odio per Glass(ottima scelta.), questi lo tradisce credendolo oramai spacciato e decide dopo avergli ammazzato il figlio che cercava di difenderlo, di lasciarlo li e tornarsene tranquillamente al forte per riscuotere comunque la sua paga (chi l'avrebbe mai detto), ma il nostro è comunque più forte di ogni male e pur provando le più indicibili sofferenze( si direbbe una metafora del rapporto tra Dicaprio e l'oscar assegnatogli) riesce a sopravvivere fino a....

La sequenza dell'aggressione dell'orso digitalizzato è quanto di più realistico e spettacolare possiate immaginarvi.

Solennità e dolore(tanto dolore).

L'inizio del film è qualcosa di spettacolare: girato egregiamente e con quelle soluzioni sceniche che in genere si trovano solo nei grandi film hollywoodiani, tant'è che uno non può che aspettarsi altro che un capolavoro nonostante i film precedenti del regista siano stati fin li molto diversi.
Verrete ipnotizzati dalla fotografia praticamente perfetta e dagli incredibili panorami del selvaggio nord raccontati con continue evoluzioni della macchina da presa tese a mostrarvi quanto infinita e misteriosa oltre che bella e crudele sia la natura selvaggia; sono certamente virtuosismi di uno che ha un gran mestiere tra le mani e che ci tiene proprio a dimostrarlo, il problema è che tutto ciò alla lunga vi riuscirà un pochetto ridondante tanto che spesso vi chiederete se era proprio necessario calcare cosi tanto la mano su questo aspetto (si tratta delle volte di interi minuti), ve lo chiederete però solo dopo esservene ubriacati ad oltranza.
L'estremo ed evocativo nord vi riempirà gli occhi per tutto il film (fra un'incidente mortale e l'altro)
Il prosieguo della trama dopo l'abbandono di Glass praticamente si congela: vedrete un Dicaprio agonizzante riprendersi e strisciare e strisciare, poi a zoppicare e zoppicare, ferirsi ancora, mangiare carne cruda e marcia che ucciderebbe chiunque, cauterizzarsi da solo le ferite e addirittura volare da una montagna insieme al cavallo e sopravvivere(e prima non è che fosse messo molto meglio).... insomma ci siamo capiti, questo è chiaramente un modo per "farvi sentire il dolore " del protagonista ed entrare in empatia con lui, ma pure questo alla lunga vi risulterà troppo ridondante(anche perché è una bella fetta di film), oltre a darvi quella spiacevole sensazione di "irrealismo" che mai vorreste vedere in film di questa portata.
Inàrritu ha chiaramente a cuore diversi argomenti nel fim; oltre alla lotta impari contro la natura, c'è la crudeltà e l'iniquità della cultura occidentale che da sempre schiavizza ed usurpa le altre culture(Fitzgerlad), la spiritualità e la saggezza del nativo indiano e di chi vive a contatto con la natura e considera la terra come una madre amorevole(Glass) ed altre cosette che non ricordo(il film non me lo rivedo), il messaggio che arriva allo spettatore è però stereotipato e banale, siamo ben lontani dai maestri come Herzog: basti dire che le sofferenze di Glass sono accompagnate da sogni che riguardano la sua famiglia indigena e che ricordano pericolosamente quelli de "Il Gladiatore" oltre che una pubblicità di profumi, inoltre a Glass gli si fanno dire davvero poche cose, ma battute come: "Io non ho più paura di morire, ormai sono già morto." dovrebbero vietarle di questi tempi.
L'inizio è spettacolare e girato con vera maestria.
Un film che tecnicamente è perfetto e bellissimo da vedere, ma che inciampa in quelle che dovevano essere le sue primarie qualità: ovvero la trama, la sceneggiatura e la pretesa solennità e profondità del tutto.
Inàrritu sa di essere un'ottimo regista, tanto che si considera il nuovo baluardo del cinema di Hollywood ed il messia che lo svecchierà, però in questo film inciampa malamente in quelli che sono proprio i limiti del cinema americano, allungando ingiustificatamente (secondo me) un lungometraggio che poteva essere condensato benissimo in una trentina di minuti(il film dura 2 ore e mezza circa) per una pretesa profondità che purtroppo non fa ascendere questo Revenant al livello di film d'autore ma che lo relega piuttosto al mero mercato dei blockbuster....augh!